Maestà

Duccio di Buoninsegna · 1308-1311 · Museo dell'Opera del Duomo · Siena

Maestà, Duccio di Buoninsegna Apri la scheda interattiva →

Grande polittico a tempera e oro dipinto su entrambe le facce, che l'Opera del Duomo di Siena commissiona a Duccio di Buoninsegna: il pittore lo esegue fra il 1308 e il 1311 per l'altare maggiore della Cattedrale di Santa Maria Assunta, e oggi è al Museo dell'Opera del Duomo di Siena. È un'opera votiva: nei giorni della battaglia di Montaperti (1260) contro i guelfi fiorentini la città si era consacrata alla Vergine, e dopo la vittoria vuole ringraziarla. Le cronache ricordano l'entusiasmo dei cittadini e la solenne processione con cui la tavola viene portata in cattedrale. Rimossa dall'altare nel 1506, sarà divisa in più parti nel 1771.

Analisi

In origine la macchina d'altare si componeva di una grande tavola centrale (213 × 396 cm), dipinta davanti e dietro e oggi divisa in due, cui si aggiungevano due predelle e, in alto, due serie di sette cuspidi. Il lato anteriore, destinato allo sguardo dei fedeli, ospita la Maestà in senso proprio: la Madonna col Figlio sul trono, attorniata da tre file di santi e di angeli; nella fascia superiore compaiono gli apostoli, affacciati a una loggia in secondo piano le cui colonnine, di legno o di stucco dorato, sono andate perdute. Sul verso, riservato al clero, si susseguono ventisei Storie della Passione di Cristo: al centro la Crocifissione, più larga delle altre e alta il doppio, e doppio è anche il primo scomparto, in basso a sinistra (Entrata di Cristo a Gerusalemme (scomparto della Maestà)). Sul gradino del seggio corre un'invocazione in latino (MATER S(AN)CTA DEI / SIS CAUSA SENIS REQUIEI / SIS DUCIO VITA / TE QUIA PINXIT ITA): la Madre di Dio è pregata di dare pace a Siena e lunga vita all'autore, in cambio della bellezza del dipinto, prova del prestigio raggiunto da Duccio.

La scena principale riprendeva con ogni probabilità una Maestà che Cimabue aveva dipinto a Pisa verso il 1302, oggi perduta. L'iconografia della Madonna resta tradizionale, ma il trono, visto di fronte, è di marmo prezioso con ornati a mosaico; la figura domina per il manto blu e per la scala maggiore rispetto agli altri personaggi. La prospettiva centrale del seggio accenna a uno spazio profondo, ma la folla di santi e angeli, stesa su tutta la tavola senza piani digradanti, ne annulla l'effetto. Duccio non cerca infatti il volume, bensì una visione soprannaturale, resa ultraterrena dall'oro profuso sugli sfondi e su ogni ornamento. Il chiaroscuro leggero asseconda le pieghe ondulate delle stoffe più che i corpi, e le figure, distinte solo da contrasti di colore e contorni lineari, restano in superficie. Elementi bizantini, come i volti dolci ma ripetitivi degli angeli o il Battista con barba e capelli arruffati da eremita del deserto, convivono con dettagli gotici: gli orli frastagliati delle vesti delle due sante alle estremità, le velature quasi trasparenti della tunica del Bambino.

Nelle Storie della Passione l'idealizzazione, evidente anche nei colori antinaturalistici del recto, si attenua. Duccio si mostra aggiornato sul linguaggio di Giotto di Bondone negli edifici e negli interni in scorcio e nell'abbondanza di particolari quotidiani; le fisionomie variate rimandano alle ricerche giottesche sui caratteri umani, mentre i personaggi dall'aria più minacciosa tradiscono lo studio delle sculture di Giovanni Pisano, tese ed eleganti insieme. Nel Bacio di Giuda (scomparto della Maestà), collocato sotto la Crocifissione, il gruppo serrato intorno a Cristo fra picche, torce e lance deriva dall'affresco degli Scrovegni (Il Bacio di Giuda); diversamente dal fiorentino, il senese lascia molto spazio a un fondale di rocce indistinte e sdoppia l'azione: accanto all'arresto, quasi immobile, mette la corsa dei discepoli che scappano, il cui movimento è ripreso dal profilo del monte. Il racconto che ne deriva è misurato ed elegante, lontano dal pathos concitato di Giotto, mentre resta intatto il preziosismo del pittore nella gamma cromatica, nelle linee sinuose e nell'equilibrio fra toni caldi e freddi.

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