Il cantiere pontificio della seconda metà del Quattrocento non nasce da una tradizione locale ma dalla convocazione a Roma delle migliori botteghe toscane e umbre, chiamate a lavorare fianco a fianco su un progetto unitario. Nella cappella palatina i pittori dipingono due sequenze parallele — le storie di Mosè e quelle di Cristo — accordandosi su una fascia narrativa alla stessa quota, su paesaggi ampi e su architetture di impianto centrale che fanno da fondale. Accanto alla pittura lavorano scultori marmorei per le transenne e i cori, orafi e fonditori per i monumenti funebri in bronzo, architetti per i palazzi cardinalizi. Il risultato è uno stile di corte cosmopolita, che unisce il disegno fiorentino, la dolcezza umbra e il gusto antiquario romano. Il nome esteso della scuola nel catalogo era «Quattrocento romano (cantiere pontificio)».
Rientrato definitivamente il papato a Roma e superato lo scisma, i pontefici da Niccolò V a Sisto IV e Alessandro VI trasformano la città in un grande cantiere: nuove strade, ponti, palazzi e la cappella palatina vaticana servono a dare forma visibile all'autorità restaurata. La celebrazione dinastica delle famiglie papali — della Rovere, Borgia — orienta tanto i programmi iconografici quanto la scelta dei sepolcri monumentali.