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L'affresco rappresenta la punizione di Core, Datan e Abiram, che avevano contestato l'autorità di Mosè e di Aronne. La scena riunisce tre momenti della vicenda: a destra i ribelli tentano di lapidare Mosè; al centro Aronne è presso l'altare mentre Mosè invoca il giudizio divino, che colpisce i ribelli con il fuoco; a sinistra la terra si apre e inghiotte Datan e Abiram, mentre i figli di Core vengono risparmiati. Sullo sfondo compare l'Arco di Costantino, mentre sulla destra è riconoscibile il Septizonium, allora ancora visibile a Roma.
Botticelli rappresenta la ribellione di Core, Datan e Abiram come una contestazione dell'autorità stabilita da Dio. La narrazione procede attraverso tre episodi collegati dalla figura di Mosè, che ricompare in posizioni diverse e mantiene un gesto simile, creando continuità all'interno della scena.
A destra, la folla minaccia Mosè con le pietre; al centro, la disputa riguarda l'autorità sacerdotale di Aronne e il giudizio divino si manifesta attraverso il fuoco; a sinistra, la punizione culmina nell'apertura della terra, che inghiotte Datan e Abiram. I figli innocenti di Core vengono invece risparmiati. La successione rende evidente il rapporto tra ribellione, giudizio e salvezza.
L'Arco di Costantino, collocato al centro dello sfondo, non è un semplice elemento decorativo: il suo richiamo alla Roma cristiana collega la storia dell'Antico Testamento alla Chiesa del tempo di Sisto IV. Anche l'iscrizione sull'arco, tratta da Ebrei 5,4, afferma che nessuno può assumere da sé l'autorità sacerdotale, ma deve essere chiamato da Dio.
In questo modo la vicenda biblica assume anche un preciso significato politico-religioso: la punizione dei ribelli diventa una legittimazione dell'autorità sacerdotale e, per estensione, dell'autorità della Chiesa e del pontefice. La presenza dei monumenti della Roma antica rafforza inoltre il rapporto tra la storia sacra, Roma e la continuità del potere cristiano.