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Due affreschi (300 × 300 cm ciascuno) dipinti verso il 1291-1295 nella chiesa superiore della Basilica di San Francesco, nel secondo registro della seconda campata della parete destra. Narrano l'inganno ordito da Rebecca e dal figlio minore Giacobbe ai danni del vecchio e cieco Isacco, perché Giacobbe riceva al posto del primogenito Esaù la benedizione paterna, irrevocabile e destinata di norma al primo nato. Le stanze in cui si svolgono le scene, viste in sezione, sono vere scatole spaziali di una profondità senza precedenti.
Nel primo riquadro il figlio minore, che si è rivestito le mani di pelle di capretto per sembrare peloso come il gemello, serve il pasto al padre e viene benedetto; nel secondo il vero Esaù si presenta con il suo piatto, ma il padre, capito l'inganno, lo respinge senza poter revocare quanto ha concesso. La scena è ambientata in un interno domestico del tardo XIII secolo, con il giaciglio chiuso da spessi cortinaggi contro le correnti d'aria.
Le ombre dei panni rivelano una fonte luminosa che coincide con la finestra vera posta tra i due riquadri, per cui il chiarore arriva dal lato destro nella scena di Giacobbe e dal sinistro in quella di Esaù. Le figure, solide e plastiche nei fitti panneggi, derivano dalla scultura di Arnolfo di Cambio. Anche la tecnica è nuova: il pittore stende l'intonaco per giornate e non per pontate, come si faceva tradizionalmente.
L'autore è stato a lungo discusso. Al cosiddetto Maestro di Isacco sono stati dati molti nomi, compreso quello dello stesso Arnolfo; per le Storie di san Francesco, invece, alcuni studiosi hanno pensato a Pietro Cavallini, l'artista più autorevole dell'ambiente romano. Oggi prevale l'attribuzione di entrambi i cicli a Giotto di Bondone, ma resta molto verosimile, anche se non documentato, uno scambio o una collaborazione fra maestri fiorentini e romani nel grande cantiere di commissione papale, che richiamava artisti da tutta l'Italia centrale.