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Affresco votivo (257 × 345 cm, oggi staccato e trasferito su tela) che Piero della Francesca esegue fra il 1450 e il 1451 nella cappella delle Reliquie del Tempio Malatestiano a Rimini, su commissione del signore della città, Sismondo Pandolfo Malatesta. Al centro geometrico della scena, e più prossimo a chi guarda, sta il signore in preghiera; il santo di cui porta il nome è arretrato, seduto su un seggio sollevato da un gradino. Il volto di san Sigismondo riproduce i lineamenti dell'imperatore Sigismondo di Lussemburgo, che nel 1433 aveva creato Malatesta cavaliere, legittimandone il governo su Rimini.
Giunto a Rimini su invito di Sismondo Pandolfo Malatesta, Piero risente inevitabilmente della presenza di Leon Battista Alberti, che in quegli anni dirige la trasformazione del Tempio. L'affresco ha un chiaro significato politico e celebrativo, affidato anche ai dettagli: la coppia di cani da caccia accucciati, di pelo chiaro l'uno e scuro l'altro, è emblema di una lealtà che non dorme mai, né alla luce né al buio; nel medaglione rotondo si riconosce la rocca dei Malatesta. Il campo figurato è delimitato da un finto fregio in cui si alternano corni dell'abbondanza e ornati vegetali, con le insegne del casato ai quattro angoli.
Corpi solidi come statue e una luminosità limpida, quasi cristallina, segnano il raggiungimento di un linguaggio ormai compiuto. Le scelte di Piero trovano un fondamento teorico nei trattati di Alberti, con cui condivide l'idea di una realtà misurabile, fatta di volumi, in cui pieni e vuoti si bilanciano. Entrambi rifiutano gli ambienti affollati di oggetti, architetture e personaggi e difendono il valore del silenzio e degli spazi vuoti, che danno forza espressiva al soggetto. Già l'anno seguente il pittore è di nuovo in Toscana: ad Arezzo i Bacci (Famiglia Bacci) lo incaricano di portare a termine le Storie della Croce (Leggenda della vera Croce).