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Figura della volta della cappella Sistina, che Michelangelo Buonarroti affresca per Giulio II della Rovere nel 1511-1512. Il profeta è collocato sopra la parete dell'altare, in asse con esso, e il suo corpo si avvita come quello della Madonna del Sacra Famiglia con san Giovannino e ignudi (Tondo Doni). Il capo gettato all'indietro dirige lo sguardo verso tutta la decorazione soprastante e in particolare verso il riquadro in cui Dio, con gesto immane, divide la luce dal buio. Accanto a lui c'è il grande pesce: i tre giorni trascorsi da Giona nel suo ventre annunciano i tre giorni di Cristo nel sepolcro prima della Resurrezione.
Nella seconda metà della volta Michelangelo approda a un linguaggio sintetico che esalta il dinamismo dei corpi: staccate le une dalle altre e piegate in atteggiamenti articolatissimi, le figure incarnano un'idea eroica dell'uomo, che combatte con il peso della carne e aspira a liberarsene. Giona è il punto d'arrivo di questa ricerca. La sua posa, frutto di un virtuosismo illusionistico, sembra sporgere dall'architettura dipinta: negli occhi si legge la meraviglia davanti al divino; le gambe, invece, sembrano prive di energia e si protendono verso chi guarda con un'angolazione forzata. Il corpetto cangiante, aderente alla muscolatura possente, sottolinea la torsione; sul lato opposto il pesce fa da contrappeso all'inclinazione del busto.
I colori squillanti e cangianti, accostati per contrasto di complementari, danno alle figure un rilievo autonomo rispetto alla prospettiva della cornice architettonica, anche per farle risaltare nella penombra della cappella, illuminata allora solo da candele. Nella stessa fase finale Michelangelo dipinge la Sibilla libica, avvitata con pari complessità. Queste soluzioni, dalle anatomie avvitate ai colori antinaturalistici, fanno della volta la «scuola del mondo» di cui parla Vasari e il modello di riferimento per il Manierismo.