Il presepe di Greccio

Giotto di Bondone · 1290-1299 circa · Basilica di San Francesco, chiesa superiore · Assisi

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Scena delle Storie di san Francesco che Giotto di Bondone affresca negli anni novanta del Duecento nella chiesa superiore della basilica di San Francesco ad Assisi. Francesco, vestito con i paramenti del diacono durante la messa di Natale, depone il Bambino nella mangiatoia. Siamo nel presbiterio di una chiesa, che un alto recinto di marmo, la transenna, isola dallo spazio dei fedeli: vi si vedono l'altare coperto da un ciborio, un ambone cosmatesco, una croce dipinta sospesa e un leggio. Oltre la transenna si affollano le donne, alle quali l'accesso al presbiterio è vietato.

Analisi

Ciò che colpisce di più è la costruzione dello spazio, resa con grande sicurezza prospettica. Il ciborio che sovrasta l'altare ricorda quelli in marmo eseguiti a Roma da Arnolfo di Cambio; sulla sinistra spunta al di sopra del recinto il pulpito per le letture, un ambone rivestito di intarsi cosmateschi. Al centro la croce dipinta è vista dal retro, con la carpenteria lignea descritta con precisione: è inclinata in avanti e agganciata a un sostegno, perché i fedeli nella navata possano vederla. Anche il leggio, con i suoi aguzzi portacandele, è descritto con cura. Giotto non dispone ancora di regole geometriche, ma inclinando gli arredi lungo diagonali coerenti riproduce a occhio il modo in cui la vista li deforma, e l'ambiente acquista una profondità tangibile.

Alla messa assistono chierici, frati e notabili della città; il realismo dell'insieme fa dell'affresco anche un documento prezioso su come erano disposti gli arredi nelle chiese del tempo. Restano però alcune convenzioni della tradizione: il bue e l'asinello in primo piano sono piccoli come due cagnolini.

La citazione del ciborio arnolfiano è solo uno dei tanti rimandi del ciclo alla cultura artistica romana contemporanea, insieme al naturalismo delle figure e alla ricerca spaziale, che sono anche i tratti distintivi della pittura di Giotto. Per questo si ritiene probabile che le radici del suo linguaggio vadano cercate in un soggiorno giovanile a Roma, la città in cui Arnolfo aveva studiato i monumenti antichi.

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