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Affresco della controfacciata di Santa Cecilia in Trastevere a Roma, dipinto da Pietro Cavallini entro il 1293 e riscoperto all'inizio del Novecento. Ne resta solo la parte centrale, perché la ristrutturazione settecentesca della chiesa lo ha in parte distrutto. Al centro il Giudice divino, racchiuso nella mandorla, è circondato da cori angelici e da cherubini; Maria e il Battista, ritti, intercedono in preghiera, e gli apostoli occupano due file speculari di seggi. È una delle anticipazioni più importanti del rinnovamento giottesco.
Il ciclo nasce negli anni in cui Arnolfo di Cambio esegue il Ciborio di Santa Cecilia in Trastevere sull'altare della stessa chiesa, e la presenza dei due artisti nel medesimo cantiere può aver favorito un ulteriore salto di qualità. Proprio la qualità eccezionale di questi resti ha indotto gli studiosi del Novecento a riconoscere nel pittore romano una delle forze trainanti del rinnovamento che investe Roma, Assisi e Firenze a cavallo fra XIII e XIV secolo.
Le figure hanno un volume nuovo, costruito con graduali passaggi di chiaroscuro e sottili effetti cangianti, soprattutto nei volti e nelle vesti dai panneggi morbidi. Il tessuto non ha più un andamento astratto: si tende e si piega secondo i gesti, e sotto di esso si avvertono membra reali. Ancora più sorprendente è il colore: nelle vesti e nelle piume delle ali angeliche i toni accesi passano per gradi dallo scuro al bianco e si trasformano in pura luce. Delle convenzioni bizantine non resta traccia nei volti: il pittore ne studia a fondo i lineamenti e il rilievo, e gli apostoli, come il san Paolo, appaiono uomini in carne e ossa.