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Completamento, finanziato da Giovanni Rucellai, della facciata gotica della Basilica di Santa Maria Novella a Firenze, rimasta interrotta nel Trecento. Leon Battista Alberti riprende il cantiere intorno al 1458; un'epigrafe in caratteri lapidari all'antica, incisa sul fregio, ricorda il committente e l'anno di compimento della facciata, il 1470. Obbligato a conservare avelli, portali laterali e rosone già esistenti, l'architetto estende a tutto il prospetto la bicromia di marmi bianchi e verdi e fonde le parti gotiche in un organismo unitario di impronta rinascimentale.
Il cantiere si era fermato nella seconda metà del Trecento: nel registro inferiore erano stati inseriti sei avelli, sepolcri marmorei per cittadini illustri, e i due portali laterali ad arco acuto; al 1367 risale il rosone, e probabilmente nello stesso periodo si era cominciato a rivestire la parete con specchiature e arcatelle cieche a pieno centro in marmi bicromi, secondo l'esempio del Battistero di San Giovanni. Il resto era rimasto in mattoni a vista. L'idea di concludere la fronte si deve con ogni probabilità agli anni del Concilio (1438-1439): le sue commissioni si riunivano proprio in questo convento, e Alberti era giunto in città al seguito della curia.
In basso l'intervento albertiano è minimo: un portale mediano all'antica, che guarda a quello del Pantheon, e una cornice di semicolonne e pilastri angolari per le superfici ai lati. Una fascia a tarsie marmoree con le vele gonfie, impresa dei Rucellai, e una trabeazione a motivi quadrati e circolari fanno da cerniera con la parte alta, concepita come la fronte di un tempio antico con paraste, architrave e frontone. Il cerchio del rosone ritorna nel timpano, con il sole fiammeggiante e il volto di Gesù Bambino, emblema del quartiere e del convento, e nelle volute che raccordano i due registri: attenuano il salto tra le navate laterali basse e la navata centrale e ne nascondono gli spioventi.
Ogni misura discende da un sistema di rapporti. Il tondo del timpano ha diametro pari alla metà del rosone con la sua cornice e identico a quello dei cerchi delle volute; la luce del portale maggiore sta alla sua altezza nel rapporto di 2 a 3; la fascia che separa i due registri è alta quanto sono larghi gli avelli e le porte minori; il lato di ciascun riquadro intarsiato vale un terzo della fascia e due diametri delle colonne del registro basso. Il modulo è il quadrato: l'intero prospetto vi si inscrive, la sua metà inferiore coincide con il registro basso e il quadrato racchiuso fra le volute ha area pari alla metà di quella del registro inferiore. Le lievi asimmetrie, come le tarsie della fascia che non si allineano ad alcun elemento, dipendono dalla muratura trecentesca, che impediva di far corrispondere le partiture verticali dei due registri. Il risultato inaugura un modello di prospetto a due ordini, scandito da un modulo, che avrà grande seguito; lo stesso principio di rivestire l'edificio senza demolirlo guida Alberti nel Tempio Malatestiano di Rimini.