Nascita di Venere

Sandro Botticelli · 1484-1485 circa · Gallerie degli Uffizi (collocazione originaria: villa medicea di Castello) · Firenze

Nascita di Venere, Sandro Botticelli Apri la scheda interattiva →

Grande tela dipinta a tempera (172,5 × 278,5 cm) da Sandro Botticelli verso il 1484-1485 per Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, destinata in origine alla villa medicea di Castello e oggi agli Uffizi. Il nome con cui è nota da sempre inganna: la scena non è la nascita della dea, ma il momento in cui approda a Cipro. Venere sta in piedi su una grande conchiglia, sospinta verso la riva da Zefiro e Aura abbracciati, mentre una delle Ore le tende un mantello ricamato di fiori. Venere nasconde il corpo nudo con una mano e con la lunga chioma bionda, nel gesto che la scultura antica aveva fissato nel tipo della Venere pudica.

Analisi

La tela fa coppia con l'Allegoria della Primavera e ne condivide le fonti letterarie: l'Inno omerico ad Afrodite, le Metamorfosi di Ovidio e le Stanze per la giostra di Poliziano. In entrambe l'antico non è solo nel soggetto mitologico, ma anche nelle forme. La posa e le proporzioni ideali della dea vengono dalla statuaria greca, conosciuta attraverso molte copie romane; Botticelli però rinuncia alla verticalità rigida dei modelli e piega la figura in una linea curva e flessuosa, che la rende più elegante e aggraziata.

Lo sfondo marino è ampio e pieno di luce, eppure i personaggi sembrano sospesi, leggeri come se non avessero corpo. Botticelli non modella con le ombre: usa tinte chiare e un contorno sottile e ininterrotto, che ritaglia ogni figura contro il paesaggio e crea un'armonia di linee più che un'illusione di realtà. Al posto dei fiori e delle erbe preziose della Primavera ci sono qui i toni tenui dell'acqua increspata, con riflessi d'argento che ne suggeriscono la trasparenza.

Leggere l'opera in modo univoco è difficile, e probabilmente Botticelli volle sovrapporre più significati, pensando a un pubblico colto abituato a discutere di filosofia e letteratura. Nella Firenze di Lorenzo de' Medici (il Magnifico), dopo la riscoperta di Platone, intellettuali come Poliziano e Marsilio Ficino rileggono i miti antichi come simboli dei valori della nuova cultura umanistica. In questa chiave la nudità e la bellezza della dea parlerebbero di castità, e la sua uscita dalle acque ricorderebbe il battesimo, che lava il peccato originale e restituisce all'anima la sua bellezza. Non manca però una lettura profana: il soffio di Zefiro è un soffio che feconda, e Venere resta anche la dea dell'amore dei sensi.

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