Altare di Sant'Ambrogio (paliotto d'oro)

Vuolvinio · 830-850 · Basilica di Sant'Ambrogio (presbiterio) · Milano

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Il capolavoro dell'oreficeria carolingia: una cassa di legno (85 × 220 × 122 cm) rivestita di lamine d'oro sul davanti e d'argento sul retro, lavorate a sbalzo e incorniciate da smalti cloisonné, perle e pietre preziose disposte a intervalli regolari, come nella grande oreficeria longobarda. La commissiona Angilberto II, arcivescovo di Milano dall'824 all'859, e la critica la data tra l'830 e l'850. Sta al centro del presbiterio della basilica di Sant'Ambrogio e custodisce le reliquie dei martiri Gervasio e Protasio e dello stesso Ambrogio.

Analisi

L'altare è firmato sul retro da un «magister phaber» di nome Vuolvinio, che si ritrae in abito da monaco dentro un medaglione, davanti a sant'Ambrogio. Di lui non si sa quasi nulla: il nome ha fatto pensare a un'origine d'oltralpe, e colpisce che compaia allo stesso livello del committente, ritratto nel medaglione accanto. Del committente, Angilberto II, si sa di più: veniva forse dalla Francia ed era un deciso fautore del rinnovamento culturale promosso dai Carolingi; le fonti lo ricordano a Roma per le incoronazioni di Ludovico II nell'845 e nell'850. Gli studiosi riconoscono nei rilievi lo stile di non meno di quattro artefici, tutti al servizio di un disegno coerente.

La fronte anteriore, in oro, è divisa in tre pannelli. Nel riquadro di mezzo Cristo siede entro una mandorla al centro di una croce, circondato dai simboli dei quattro Evangelisti, mentre gli apostoli, divisi in quattro gruppi, si volgono verso di lui dagli angoli. Nei riquadri laterali si susseguono dodici scene della vita di Cristo, sei a destra e sei a sinistra. Chi l'ha lavorato, forse un gruppo di orafi lombardi, parte dalla tradizione tardoantica ma conosce le novità dell'arte di corte: nella Natività con i pastori, per esempio, il movimento e lo scorcio delle figure richiamano la miniatura carolingia prodotta a Reims.

La fronte posteriore, in argento dorato in più punti, è quella attribuita a Vuolvinio. Anche qui ci sono tre pannelli; quello centrale ha due sportelli che si aprono per mostrare le reliquie. Le ante recano quattro tondi: sopra, i due arcangeli; sotto, le scene di dedica, cioè l'arcivescovo committente incoronato da sant'Ambrogio e, accanto, l'artefice stesso in veste monastica. Il modo di modellare figure, panneggi e scorci rimanda a fonti paleocristiane e bizantine, dentro la cultura antichizzante dell'Italia del nord tra VIII e IX secolo.

Lungo le formelle posteriori si legge un'iscrizione eseguita a niello: nei solchi incisi nel metallo si versa una lega scura, che resta visibile come un intarsio nero (il termine deriva dal latino nigellum, «nerastro», da niger). L'iscrizione avverte chi guarda di non lasciarsi abbagliare dalla ricchezza dell'altare, perché il vero splendore è quello delle reliquie che contiene.

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