Apri la scheda interattiva →
Gruppo in marmo (alto 195 cm) che Michelangelo lascia incompiuto alla sua morte, nel 1564; oggi è al Castello Sforzesco di Milano. Il lavoro comincia verso il 1552, ma negli ultimi anni l'artista lo ripensa da capo. Deve il suo nome ai Rondanini: è in un elenco dei beni di questa famiglia, datato 13 agosto 1807, che la scultura viene registrata. Accanto a parti levigate, rimaste dalla prima versione, ce ne sono altre appena sbozzate, e il contrasto è di grande forza drammatica. Il corpo morto di Cristo sembra fondersi con quello della madre, che lo regge da dietro.
L'opera nasce da un profondo turbamento interiore ed è una vera meditazione sulla morte. Pur incompiuta, si legge benissimo: anzi, proprio il non finito ne accresce la forza espressiva. Madre e figlio sono uniti in un abbraccio silenzioso di dolore, in attesa della resurrezione, e in questo abbraccio sembra trovare finalmente pace il conflitto tra forma e materia che attraversa tutta la ricerca artistica e umana di Michelangelo.
Il confronto con la Pietà (Michelangelo) in San Pietro misura la distanza percorsa. Là la bellezza ideale e la forma classica erano al servizio della devozione; qui l'artista, ormai più che ottantenne, scioglie la forma: i due corpi si allungano in verticale e sembrano perdere peso e consistenza. Della prima versione resta, isolato, il grande braccio destro di Cristo, che non si accorda più con il nuovo gruppo.
La scultura riprende anche il modello nordico del Vesperbild, già presente nella Pietà vaticana, ma lo porta quasi all'astrazione. Questa tensione lasciata aperta è stata letta come un'anticipazione della sensibilità romantica ed espressionista.