Ultima opera di Tintoretto, completata nel 1594 poco prima della morte. Luminismo e spiritualità all'estremo: personaggi e oggetti quotidiani affogano in luce fumosa proveniente dal candeliere e squarciata dai bagliori di Cristo. Figure angeliche eteree popolano la scena come fantasmi. Lo spazio solcato da diagonale dall'angolo inferiore sinistro appare irreale e potenzialmente illimitato, privando lo spettatore di punti di riferimento.
Nell'Ultima Cena Tintoretto abbandona la tradizionale impostazione frontale e ordinata del tema e costruisce una scena dinamica e fortemente diagonale. Rispetto alla celebre Ultima Cena di Leonardo e, più vicino cronologicamente, al Convito in casa di Levi di Veronese, l'ambiente appare volutamente umile e quotidiano, lontano dalla monumentalità di una sala classica.
Lo spazio si sviluppa dalla zona inferiore sinistra verso il fondo e sembra sfuggire oltre il margine destro della tela, eliminando i tradizionali punti di riferimento prospettici. Questa costruzione coinvolge direttamente lo spettatore, che sembra trovarsi all'interno dell'ambiente.
Il vero protagonista della scena è però la luce. La fiammella del candeliere illumina il mondo terreno, mentre da Cristo si diffonde una luce soprannaturale che rivela la presenza del divino. Gli angeli, quasi trasparenti e sospesi nell'aria, rendono visibile questa dimensione spirituale.
Tintoretto porta così il proprio luminismo a una dimensione estrema: la luce non serve soltanto a modellare le figure, ma diventa il mezzo attraverso cui il mondo terreno entra in rapporto con quello soprannaturale.