Apri la scheda interattiva →
Intorno al 1430 Giacomo Jaquerio dipinge questa scena sulle pareti della sacrestia di Sant'Antonio di Ranverso, la precettoria antoniana poco lontana da Torino. Il pittore (1375-1453), la maggiore personalità del Gotico piemontese, è attivo fra Torino, Ginevra, il castello di Thonon e la Savoia. Chiamato dal duca Amedeo VIII, frequenta spesso Chambéry, sede della corte: lì fa suo il linguaggio cortese elaborato in Francia e in Borgogna e, attraverso il veneziano Gregorio Bono, attivo per lo stesso sovrano, conosce anche le esperienze lagunari e della penisola. A Ranverso lavora dal 1410, prima nella chiesa e circa vent'anni dopo nella sacrestia.
Il primo Quattrocento è per la Savoia un'epoca d'oro. Il duca Amedeo VIII tesse alleanze con i Berry e con i duchi di Borgogna, prende in moglie Maria, nata da Filippo II l'Ardito, riunisce sotto di sé ampi domini ed eleva la corte a un livello che regge il confronto con quella borgognona: vi lavorano maestri venuti d'oltralpe, ma anche italiani. Già nella chiesa della precettoria il pittore aveva fatto convivere panneggi dal ritmo ondulato e santi di aristocratica grazia con episodi agiografici narrati in chiave familiare; nella sacrestia porta queste qualità a pieno sviluppo.
La Salita al Calvario ne segna il punto più alto. La cura del dettaglio resta viva, negli scudi, nella selva di lance, negli stemmi appesi alle aste; ma si accentua l'espressività dei personaggi, che nei carnefici arriva a tratti quasi grotteschi. In mezzo a tanta violenza concitata, il volto sofferente di Cristo diventa il centro emotivo della scena.