Vetta della ritrattistica ufficiale di Giovanni Bellini, eseguito pochi anni prima della Pala di San Zaccaria, che porta a compimento il passaggio dal tradizionale profilo veneziano all’impostazione di tre quarti. Il dipinto testimonia la solennità dell’impianto e la capacità di Bellini di innovare la tradizione veneziana senza rinnegarla, sulla base di nuovi stimoli culturali e modelli stilistici provenienti dall’esterno, portando a compimento un percorso già avviato dal fratello Gentile, ritrattista ufficiale della Serenissima.
Nel ritratto del doge in carica prima di Loredan, Agostino Barbarigo, Gentile aveva infatti cominciato a sperimentare un’impostazione diversa dal tradizionale profilo, così da “ammorbidire” la resa del soggetto. Punto di riferimento fondamentale, in questa evoluzione, è la pittura innovativa di Antonello da Messina: al ritratto di Loredan, ad Antonello rimandano il realismo dei tratti somatici e il gioco di luci e ombre che, sulla guancia sinistra, evidenzia i segni degli anni, dato che il doge, all’epoca del ritratto, aveva circa 65 anni. Tuttavia, l’adesione all’umanità del soggetto appare subordinata alla necessità di testimoniare valori assoluti, che trascendono l’individuo e riguardano invece il ruolo dogale: il solido volume scultoreo del busto, gli ori del broccato e del copricapo dell’abito da cerimonia, la serena fissità dello sguardo all’orizzonte, che pare non curarsi dello spettatore, conferiscono alla guida politica della repubblica un’aura di ieraticità che, pur espressa con strumenti modernissimi, appare in continuità con quella della tradizione bizantina. Il confronto con la Pala di San Zaccaria mostra dunque due facce complementari della stessa ricerca stilistica: se nella pala Bellini applica proporzionalità e resa tonale a una scena corale e devozionale, nel ritratto la medesima chiarezza luminosa e la stessa attenzione al dettaglio realistico vengono impiegate per costruire l’immagine ufficiale e quasi iconica del potere dogale.