Mausoleo di Teodorico

520-526 · Mausoleo di Teodorico · Ravenna

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Tomba monumentale commissionata da Teodorico il Grande per sé stesso ed edificata fra il 520 e il 526, anno in cui il sovrano muore. Il luogo scelto, appena fuori Ravenna verso nord-est, era un lembo di terra quasi isolato dai meandri del Reno presso lo sbocco in mare, dove i Goti seppellivano già i loro morti. La mole, compatta e pesante, è fatta di conci di pietra d'Istria accostati senza malta e si articola in due volumi a dieci lati, l'uno sull'altro. In basso una camera a croce, all'esterno profonde nicchie cieche con archi a tutto sesto; in alto, cinta da un ambulacro, la camera sepolcrale circolare.

Analisi

Il motivo degli archi ricompare nel corpo superiore, raddoppiato e reso a bassorilievo; l'ambulacro che gli gira intorno era forse coperto in origine da una loggia che raccordava i due volumi e attenuava lo stacco netto che si vede oggi. Nella camera superiore si trova un sontuoso sarcofago di porfido, forse di reimpiego: il suo colore, un rosso cupo che tende al viola come la porpora, lo rendeva l'emblema di re e imperatori. Vi riposarono le spoglie di Teodorico fino a quando, per volontà di Giustiniano I, il mausoleo divenne un oratorio di rito ortodosso e i resti andarono perduti.

L'arca venne sistemata al suo posto prima di chiudere l'edificio con un'unica, enorme calotta di pietra, larga dieci metri e pesante centinaia di tonnellate; sulla faccia interna vi è incisa una grande croce inscritta in un cerchio. Sul bordo esterno dodici modiglioni triangolari forati servivano a far passare le funi con cui gli argani la sollevarono fino al tamburo cilindrico.

Nella Ravenna tardoantica, dove il laterizio è quasi l'unico materiale e le cupole si costruiscono con leggeri tubi di terracotta infilati uno nell'altro e annegati nella malta, l'edificio è un'eccezione. È anche un manifesto politico: richiama il sepolcro commissionato da Diocleziano nel Palazzo di Diocleziano a Spalato, accosta arcate simili a quelle degli acquedotti e dei ponti romani al fregio «a tenaglia» dell'oreficeria ostrogota che corre sul tamburo, e con la pietra cavata sull'altra sponda dell'Adriatico e trasportata per nave dimostra il controllo militare e territoriale del re.

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